A est: terza giornata

Itinerario: Făgăraş-Bran-Sinaia-Braşov

Făgăraş. Dopo una bella colazione a base di pane, formaggio, salame, insalata russa e altro ancora, partiamo alla volta di Făgăraş, dove sorge una delle fortezze (cetatea) più grandi della Transilvania. Costruita nel XIV secolo, è stata poi rimaneggiata diverse volte, finché non ha assunto l’aspetto attuale. L’edificio ospita un museo che ne racconta la storia e una biblioteca. Come in molti altri musei romeni, è possibile fare fotografie, ma solo pagando un sovrapprezzo sul biglietto d’ingresso. Costumi molto belli, reperti archeologici del Paleolitico, una raccolta di monete di secoli diversi e medaglie di onorificenza del periodo Ceauşescu. Nel cortile, una forca. Nel ventesimo secolo, la fortezza è stata usata come prigione. Nella piazza vicina, è in costruzione una chiesa ortodossa con le cupole dorate. Rispetto alla grandezza della cittadina, mi pare enorme, assolutamente sproporzionata. Davanti al cantiere, un altro elemento positivo della Romania: i bagni pubblici. Tanti, presenti, a volte a pagamento a volte no, non ti obbligano come da noi a entrare in un bar e ordinare qualcosa di cui non hai voglia pur di aver la scusa di usare la toilette.


Bran. Lungo la strada per Bran, incontriamo uno dei soliti incidenti mortali. Velocemente giriamo la macchina e prendiamo per una strada secondaria, con buche molto profonde e baracchini di pastori che vendono miele e formaggio. La mia scorta di pastiglie contro il mal d’auto viene messa a dura prova, ma questo ci consente di attraversare tutta una serie di villaggi più piccoli che altrimenti non avremmo visto. In molto di questi c’è il “quartiere” degli zingari, che anche qui vivono ai margini e quando li guardi dal finestrino ti rimandano – giustamente – un’espressione mista di diffidenza e curiosità. Non riesco a fotografarli, non riesco a fotografare nessuno per strada. Mi chiedo come facciano i fotografi professionisti. Io ci ho provato, ma la violenza che mi sembrava di star facendo mi ha bloccata. Quanti, prima di me, saranno passati di qua e avranno trattato queste persone come animali allo zoo?
Entriamo nella provincia di Braşov. La campagna in questa zona è più brulla. Solite greggi. Mucche, pecore e diversi cavalli. Passiamo vicino a diverse fabbriche abbandonate dell’epoca Ceauşescu. Ci viene spiegato che vengono lasciate andare così in malora per qualche speculazione di alto livello, affari loschi fra ex dirigenti del partito e politici. Non so se sia vero, ma la sfiducia che si respira qui nei confronti della classe politica è assoluta. Diversi fiumi, tutti sporchissimi e che traboccano di rifiuti. In passato sfruttati fino all’osso per la produzione di energia elettrica (che, comunque, alle 7 di sera veniva staccata e tutti a letto, altro che che carosello) sono ora abbandonati al loro destino di discariche a cielo aperto.
Arriviamo a Bran, fra Transilvania meridionale e Valacchia, dove vi si trova uno dei pochi manieri della Transilvania (contrariamente all’opinione comune, qui sono più presenti i borghi e le chiese fortificate che non i castelli isolati) e con molta probabilità il luogo turistico più visitato del paese. Quello di Bran non è un castello qualunque: qui, infatti, si dice abbia vissuto Vlad Ţepeş l’impalatore, passato alla storia come Dracula. Cosa peraltro non vera, dato che il castello è stato per secoli sede di guarnigioni che controllavano la valle, costruito nel XIV secolo, quando su questa parte della Romania dominavano gli Angiò di Ungheria. Basta guardarlo, abbarbicato com’è su un picco, percorrerne gli stretti corridoi, gettare uno sguardo fuori dalle torrette di guardia da cui sono visibili tutte le vie di comunicazione sottostanti per rendersene conto. Ma questo non importa. La gente arriva a frotte. All’ingresso del castello moltissime bancarelle frequentate da turisti, che la nostra ospite rumena guarda schifata (le bancarelle, non i turisti), vietandoci di comprare alcunché. Non resistiamo e ci scappa una t-shirt con lo smile vampiro per @duffogrup. L’interno è davvero bello, arricchito da alcuni arredi d’epoca che risalgono all’inizio del ventesimo secolo, quando questa divenne una delle residenze dei monarchi romeni. Pelli d’orso, tavoli da gioco, stufe di maiolica e le opere complete e finemente rilegate di D’Annunzio. Anche qui si riconoscono i tratti internazionali della nobiltà d’allora, sorta di mondo chiuso e globalizzato ante litteram. Il negozietto di souvenir del castello è un’accozzaglia di gadget turistici da manuale, quasi tutti incentrati sulla figura di Dracula. Sento una ragazza chiedere, in italiano, ai compagni di viaggio dove sarà possibile trovare un ristorante che faccia la pasta. Adocchio vicino alla cassa un mousepad di Dracula che sarebbe perfetto per un amico. La cassiera capisce l’italiano e un po’ lo parlicchia, ma per evitare di essere intercettata dai connazionali in astinenza da carboidrati, mi esprimo in inglese. Il fidanzato mi guarda stranito, ti spiego dopo, dicono le mie eloquenti occhiate.
Sono le 3 passate e in effetti ho fame anch’io. Ci siamo ormai abituati alle usanze del luogo. Troviamo un ristorante. Preceduto dal mezzo bicchiere di grappa di rito che serve ad aprire lo stomaco (come se ce ne fosse bisogno) un piatto iper-calorico costituito da strati di polenta, patate e formaggio di capra. Il tutto completato dall’immancabile panna acida. Sull’onda dell’entusiasmo prendo anche il dolce. Si chiama papanasi o papanas ed è una specie di gnocco fritto, ricoperto di marmellata e (indovina un po’?) panna acida. Siamo pronti per partire alla volta di un’altra località montana: Sinaia.

Sinaia. Lungo la strada il pranzo fa il suo effetto e tendo ad assopirmi, per cui colgo a tratti il paesaggio. Si sale. Questa è una delle località montane più frequentate del paese, dove anche gli abitanti di Bucarest fuggono nei fine settimana. Ci sono infatti tante case di villeggiatura e si percepisce che la tradizione vacanziera qui è antica. Leggo infatti sulla guida che la fortuna della zona risale alla fine dell’800, quando questa era la sede estiva della corte. D’inverno si scia. Per domani è prevista neve, il che non è difficile da credere dato che c’è appena un grado. Siamo poco vestiti, ma il clima è secco, per cui sopportiamo bene. Lungo la strada chioschi di souvenir, ci scappa qualcosa per la mamma. La meta del nostro viaggio è il castello di Peleş, una residenza rispetto alla quale, se devo credere alle foto, i castelli di Ludwig in Baviera sono un esempio di sobrietà. Si parla infatti di vetri, orii, specchi, intarsi, stucchi, decorazioni preziosissime. Lusso, insomma. Mica cretino Ceauşescu a stabilirci la residenza personale nel 1974. Arriviamo che sono le 5 e un quarto. Il castello chiudeva alle 5, orario normale per i musei qui, ma noi non brilliamo per organizzazione. Sono molto delusa, finché non trovo un chiosco che vende barrette di sesamo al miele e deliziosi ombrelli di plastica trasparente. E mi consolo. Vi dovrete accontentare anche voi di quello che dice Wikipedia.

Braşov. Ci sentiamo un po’ provati dal giro, ma ormai che ci siamo peccato non visitare anche velocemente questa città circondata dai boschi. Splendore sassone, bei negozi, gente rilassata che passeggia fra i palazzi ottocenteschi e nella piazza centrale perfettamente restaurata. Mi compro un berretto di lana di un bellissimo blu perché l’aria che tira è davvero tagliente, qui vicino fra poco la gente verrà a sciare. Si respira la ricchezza di una città prima commerciale e poi industriale. Attorno al centro storico, i blocchi (condomini) dei quartieri operai dove, nel 1987, una grande rivolta operaia contro il regime venne soffocata nel sangue. È ora di tornare alla baita di Cacova, da cui domani secondo e più lungo giro a Sibiu. Io mi faccio un pisolo, svegliatemi quando si arriva.

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