The_Attendant

Da bagno pubblico a cafeteria: la seconda vita degli spazi

Catturati dal fascino che inevitabilmente il nuovo porta con sé, dalla possibilità di cambiare il volto delle nostre città rendendole moderne e più funzionali, abbiamo lasciato che un numero incredibile di edifici venisse chiuso, abbandonato o, peggio, demolito per lasciare il posto a costruzioni nuove. Abbiamo appreso molto tardi la lezione di altri paesi, dove gli edifici “vecchi” e non ancora antichi (diciamo quelli che risalgono fino al diciannovesimo secolo), quelli che rientrano nell’ampia categoria dell’architettura industriale per esempio, sono stati recuperati e reinterpretati alla luce di nuovi bisogni, facendone abitazioni private, ma anche locali pubblici, spazi culturali, ecc.
Abbiamo perso così un patrimonio, non tanto artistico (non sempre parliamo di edifici “belli” in sé) quanto storico, rinunciando a pezzi di memoria collettiva che raccontavano momenti della nostra storia nazionale e che sono andati perduti con i mattoni degli spazi a cui abbiamo rinunciato.

Per fortuna, le esperienze di recupero si moltiplicano e cresce il numero degli spazi che ritornano a vivere.

Ex macelli trasformati in spazi espositivi come quello di Padova, (divenuto un contenitore suggestivo per esposizioni di arte contemporanea), magazzini che diventano locali per concerti (come i Magazzini Generali di Milano, risalenti ai primi del ‘900), fabbriche che diventano centri di innovazione (come le Officine creative di Torino, dove in quelle che erano fonderie della Fiat si trova ora un lab di R&D di Arduino), manifatture tabacchi che si reinventano come “green factory” (come sta avvenendo a Rovereto), sono solo alcuni dei molti casi che lasciano intravedere quale sia il potenziale non sfruttato che abbiamo a disposizione sul territorio.

È però difficile trovare esempi di recupero della cosiddetta “edilizia minore“: non grandi edifici dalla forte connotazione industriale o commerciale, ma piccoli spazi, resti di abitudini di vita superate dal tempo.
Pensiamo, per esempio, ai bagni pubblici, che in molte delle nostre città sono stati chiusi e mai più riaperti. Eccessivo, dite? Beh, in Inghilterra non la pensano allo stesso modo.

A Londra, all’angolo fra Foley Street e Great Titchfield Street, sotto il livello stradale, c’è stato per molto tempo un bagno pubblico. Costruito attorno al 1890, è rimasto aperto fino agli anni ’60 del secolo scorso, dopodiché è seguito un lungo periodo di abbandono, fino al quando qualcuno ha deciso che era venuto il momento di aprirli. Non con la funzione originaria, bensì come caffetteria. Dopo due anni di progettazione e ristrutturazione (e una spesa dichiarata di 100.000 sterline), a febbraio The Attendant (che prende il nome dall’ufficio del custode, trasformato in cucina) ha riaperto le porte e il risultato è questo (all’esterno, si presenta come lo vedete nell’immagine di apertura):

 

Gli interni del locale. Image credits: Bonnie Alter / CC BY 2.0

Tutto è rimasto al suo posto, contribuendo all’immagine di originalità del locale, sottolineata nel modo giusto sul bel sito dell’Attendant. Ecco che vicino alle pagine che descrivono menù e servizi disponibili, troviamo la pagina About us, dove viene data qualche notizia sugli spazi ed è motivo di orgoglio anche spiegare che persino gli orinatoi Doulton & Co. originari sono diventati un bancone per i clienti, e che si è fatto il possibile per riproporre i colori e i temi dello stile vittoriano.

Il bancone di orinatoi (dal sito ufficiale del locale)

Ok, lo so a cosa state pensando. Mica tutti gli ex bagni pubblici sono così, con quella gabbia fantastica in ferro battuto, i pezzi originali e il fascino di un’epoca andata! È senz’altro vero, ma siamo sicuri che vicino a noi non ci sia qualcosa che vi si avvicina? Perché non fare lo sforzo di guardare con occhi diversi ai “paesaggi urbani” che conosciamo tanto bene?

Spesso, le cose più ovvie sono quelle che ci stanno sotto il naso e il problema non è la scarsezza di risorse, ma la nostra mancanza di immaginazione.

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