Community Management

Conversazioni e community management: la funzione odierna del narratore

Nelle ultime settimane, sto curando per DOFVILLE (il blog di DOF Consulting, con cui lavoro) un ciclo di post di approfondimento su The Village. Si tratta di un gioco per lo sviluppo delle competenze sociali, che ruota attorno alla metafora del “villaggio” e i cui “abitanti” sono raffigurati in altrettante carte. Uno di questi personaggi è il Narratore e dato che, come avrete capito, il tema della narrazione mi appassiona molto, ho pensato di fondere qui i due post che lo raccontano :)

A chiunque sia capitato di dover convincere o, semplicemente, comunicare a qualcuno la bontà di una propria idea o le potenzialità di un progetto sa quanto sia difficile trasferire in parole l’astrazione di un concetto o la visione di un futuro possibile. I mondi interiori a partire dai quali comunichiamo sono così ricchi e complessi, talvolta così distanti da quelli dei nostri interlocutori, che diventa davvero una sfida riuscire a intendersi. Tanto più se a dover essere comunicata è un’idea di impresa, un’iniziativa di sviluppo, un sistema organizzativo. Ultimamente, si fa un gran parlare di storytelling, che altro non è se non l’attualizzazione in chiave moderna e organizzativa di una delle dimensioni più antiche delle comunità sociali: la narrazione.

Chi è il narratore?

Narratore è colui o colei che racconta, oralmente o per iscritto, una storia, ma anche chi la fa circolare. Chi veicola all’esterno la visione di un gruppo, l’io narrante di un romanzo, ma anche l’affabulatore, l’incantatore di serpenti, il venditore di fumo. È chi trae energia dal far circolare le storie e le parole e dal raggiungere molte persone attraverso i suoi messaggi.
La sua grande abilità nel far circolare la parola può portarlo ad attivare grandi reti comunicative e a favorire lo sviluppo della conoscenza e della condivisione.  Il suo ingegno lo porta a ricercare e sperimentare modelli e metodi di comunicazione sempre più efficaci nel confronto con le potenzialità della tecnologia. I suoi attrezzi del mestiere sono la voce, la parola scritta, l’immagine. I canali che può usare molti: dalla carta stampata alla radio, dal cinema alla Rete.

La responsabilità del narratore e il lato oscuro

Le narrazioni, anche le più grandi, possono cambiare il corso della Storia in direzioni imprevedibili, guidando – attraverso il controllo sull’immaginario – le scelte di popoli interi. Non solo perché presentano una storia sempre e solo dal punto di vista di chi la racconta, ma perché hanno il potere di far sognare le persone. I sogni sono quello che ci fa immaginare un futuro alternativo alla realtà che viviamo e tanto più questa è insoddisfacente tanto più il miraggio di un futuro migliore ci affascina. Il narratore ha per questo un grande potere e deve decidere come usarlo, deve assumersene la responsabilità, se non vuole rischiare di diventare incantatore di serpenti e venditore di fumo.

Ecco perché è importante che un narratore si accompagni alle persone giuste. Pensiamo quanto può essere positiva la sua opera se mira a sostenere il lavoro paziente di chi opera per il progresso sociale, per esempio. D’altra parte, può capitare che un narratore decida di raccontare le storie di qualcun altro, sposando l’idea di futuro di un visionario, l’anticipatore di futuro per eccellenza. Se questi, però, immagina scenari futuri fatti di sopraffazione, dominio e intolleranza e riesce a portare dalla sua parte un narratore abile, sarà molto difficile smontare la loro narrazione congiunta.

“Il giusto e la verità trionfano sempre sopra questo mondo”

Bellissime parole se a pronunciarle è qualcuno che si fa portavoce di una visione del mondo improntata a valori positivi come la fratellanza, la tolleranza, il rispetto, il dialogo. Peccato che queste siano le parole pronunciate il 19 aprile 1945 dal ministro della propaganda nazista Joseph Goebbels in quello che fu il suo ultimo discorso in pubblico. Goebbels il narratore che veicola la visione di futuro di uno sciamanico Hitler. Uno scenario da incubo, in cui la parola non è più veicolo di un gruppo, di una cultura, ma si presta a diventare strumento di imposizione di una visione. Il racconto si fa propaganda.

La narrazione ai tempi della rete

L’avvento di Internet ha scombinato, almeno in parte, le regole del gioco della narrazione. Di sicuro, ha messo in crisi quella forma particolare di narrazione che è il giornalismo. Le nuove tecnologie, soprattutto quella mobile, e i dispositivi di geolocalizzazione hanno reso raggiungibile, tangibile e accessibile in tempo reale a chiunque disponga di uno smart phone il mondo che un tempo era solo di viaggiatori ed esploratori. In ogni momento possiamo dire agli altri dove siamo, vedere dove sono loro, far vedere loro quello che i nostri occhi vedono oppure raccontarlo in diretta. Questo ha cambiato il modo di interagire delle persone, l’accesso alle informazioni e il modo di scambiarsele e, di conseguenza, anche le narrazioni. Per esempio, uno dei fenomeni più interessanti degli ultimissimi anni è quello del giornalismo partecipativo, quello fatto da giornalisti non professionisti (ma anche da persone comuni) che si trovano più o meno per caso ad assistere ad eventi che potrebbero avere una certa rilevanza e li documentano, spesso anche fotografandoli. Pensiamo al ruolo (tuttora controverso) che hanno avuto social network come Facebook e Twitter e la rete in generale nell’alimentazione e diffusione delle rivolte popolari che hanno incendiato la fascia del Maghreb nel 2011. Il potere dirompente del mezzo tecnologico, che consente la condivisione immediata della partecipazione a una manifestazione o a qualunque altro evento di massa, si è evidenziato in maniera così forte che qualcuno ritiene che la sollevazione egiziana contro Mubarak vada ribattezzata “la rivoluzione di Twitter”.

L’interconnessione resa possibile dal web 2.0 ha trasformato quindi quello che prima era broadcasting, “trasmissione” di contenuti in un’unica direzione, in conversazione e questo pone delle questioni cui un narratore non può sottrarsi. La conversazione riguarda qualunque tema, realtà pubblica e privata, ma anche le singole persone e il Narratore può farne parte solo se accetta di stare al gioco, solo se è disposto ad ascoltare quello che hanno da dire gli altri prima di esprimere il suo pensiero o raccontare una storia.

Dalla narrazione allo storytelling

Tutto questo ha importanti risvolti per il mondo delle organizzazioni, per esempio, perché le obbliga a ripensare le modalità di creazione e diffusione di quella che è la loro narrazione principale (oggi si chiama storytelling) ovvero il brand. In un mondo interconnesso, in cui hanno luogo continuamente conversazioni su ogni cosa, è chiaro che non è più pensabile un’unica versione “ufficiale” di una storia, la mancanza di verifiche, l’accettazione di un messaggio che viaggia a senso unico: la narrazione presuppone un feedback (e il coraggio di gestire anche quelli negativi).
Sul piano aziendale, queste conversazioni, se portate avanti nel modo corretto e integrandosi con la strategia aziendale, possono diventare un modo per creare valore. Ecco che un narratore può diventare cerniera fra mondi diversi (che è poi il suo “mestiere di sempre”), raccontare la visione di un’organizzazione all’esterno, stare in ascolto delle conversazioni che hanno luogo attorno a un prodotto o a una realtà aziendale, aiutare le organizzazioni a parlare con quelli che dovrebbero essere i destinatari della sua attività. Diventando amico delle nuove tecnologie e cogliendone il grande potenziale in termini di empowerment per le persone, un narratore può diventare realmente lo strumento di collegamento fra interno ed esterno di un’organizzazione.

Deve però accettare che le storie nascono ormai da una narrazione condivisa, che in una storia ci sono tante storie, perlomeno tutte quelle di coloro che prendono parte alla conversazione globale in corso oggi.

Il post è uscito in origine QUI.

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