Renzo e Lucia ai tempi di Facebook

“Io ho sentito dire da gente che sa, e anzi ne ho veduto io un caso, che, per fare un matrimonio, ci vuole bensì il curato, ma non è necessario che voglia; basta che ci sia.
– Come sta questa faccenda? – domandò Renzo.
– Ascoltate e sentirete. Bisogna aver due testimoni ben lesti e ben d’accordo. Si va dal curato: il punto sta di chiapparlo all’improvviso, che non abbia tempo di scappare. L’uomo dice: signor curato, questa è mia moglie; la donna dice: signor curato, questo è mio marito. Bisogna che il curato senta, che i testimoni sentano; e il matrimonio è bell’e fatto, sacrosanto come se l’avesse fatto il papa. Quando le parole son dette, il curato può strillare, strepitare, fare il diavolo; è inutile; siete marito e moglie.”

Quello che avete appena letto è un piccolo estratto da uno dei romanzi più famosi e importanti della letteratura italiana, i Promessi sposi di Manzoni. È il momento in cui Agnese, la madre di Lucia, spiega alla figlia e a Renzo che esiste un modo, perfettamente regolare, di contrarre un matrimonio valido senza seguire i dettami del Concilio tridentino che, nel periodo storico in cui il romanzo è ambientato (1628-30), aveva fissato da nemmeno un secolo le regole che ancora oggi conosciamo: obbligo delle pubblicazioni in chiesa per 3 domeniche consecutive, obbligo della presenza dei testimoni e del sacerdote al rito, divieto di coabitazione e frequentazione carnale prematrimoniale, iscrizione dell’atto di matrimonio in un registro parrocchiale apposito, tutte norme con cui il matrimonio diventava competenza esclusiva della gerarchia ecclesiastica. Il cardine del matrimonio rimaneva però il consenso, libero e non condizionato, di entrambi a contrarre matrimonio. Rimanevano anche alcune ambiguità storicamente legate al matrimonio e che il Concilio non era riuscito a risolvere, che riguardavano soprattutto i matrimoni clandestini e segreti. È proprio questo punto dolente che rende ciò che Agnese propone a Renzo un rito perfettamente legittimo, perché è vero che non ci sono le pubblicazioni, ma il resto sì: consenso degli sposi, presenza dei testimoni e del parroco. Anche volendolo impugnare in seguito, il matrimonio sarebbe stato ritenuto probabilmente valido perché il fidanzamento fra R. e L. aveva una caratteristica fondamentale ovvero la pubblicità. In altre parole, di fronte a qualunque tipo di corte, ecclesiastica o secolare, tutto il villaggio in cui vivevano avrebbe testimoniato che i due si frequentavano e che avevano intenzioni serie e questo sarebbe probabilmente bastato a legittimare l’unione. In realtà, secondo i dettami del Concilio, questo non sarebbe dovuto più bastare, ma di fatto la norma tridentina ci mise almeno due secoli a radicarsi nella vita di tutti i giorni, soprattutto nella campagne e questo perché la tipica struttura di Ancien Régime del villaggio, in cui la posizione sociale del singolo era regolata da complessi rapporti interpersonali e la rispettabilità era sostenuta dal sistema tradizionale dell’onore, faceva sì che uno fosse quello che gli altri ritenevano fosse. Il processo di accettazione e radicamento è così lungo tutto il ‘600 e fino al primo ‘700, nei territori della Serenissima, troviamo ancora moltissimi esempi di comportamenti pre-tridentini (spesso, addirittura pre-cristiani). Contesti in cui viene ancora data più importanza alla promessa di matrimonio e alla convivenza piuttosto che al rito dello sposalizio. Negli archivi criminali, si trovano moltissime denunce per “seduzione con promessa”, presentate da donne “sedotte e abbandonate” che si rivolgono alla giustizia secolare, non alla Chiesa, per ottenere un risarcimento o di essere sposate dall’uomo che le ha lasciate (spesso incinte). Davanti agli istruttori si vedono così sfilare paesi interi: chi rilascia una deposizione, chi riporta un pettegolezzo o l’opinione diffusa sulla fama della giovane. La cosa interessante è che se queste testimonianze riescono a dimostrare che la relazione (anche sessuale) era nota, che l’uomo sembrava avere intenzioni matrimoniali e che la ragazza gode fama di serietà, il tribunale dà ragione alla donna. In altre parole, il potere giudiziario non fa che riconoscere la funzionalità del sistema di auto-regolazione interno alle comunità, che imponeva al seduttore di sposare o dotare (spesso finiva così) la sedotta e abbandonata.

Veniamo all’oggi. Nel numero di maggio di Wired, il filosofo Maurizio Ferraris racconta una storia interessante: l’autunno scorso, in un paesino francese, un uomo e una donna si sono sposati. Nulla di più normale, se non fosse per il fatto che l’uomo era morto l’anno prima. Matrimonio postumo, spiega Ferraris, come se ne celebrano in Francia (una decina all’anno, pare). Perché tutto fosse valido, la moglie ha dovuto dimostrare la convivenza dei promessi sposi da alcuni anni e il possesso di un conto bancario comune. Ferraris che, come è noto, sta portando avanti una riflessione molto mirata sul propagarsi e sull’importanza dei documenti nella società digitale, usa il caso per parlare della potenza del documento nel regolare le nostre vite. Non spiega purtroppo come sia stata dimostrata la convivenza ed è un peccato, perché mi sarebbe piaciuto sapere se siano stati presentati solo certificati di residenza o si siano ascoltati anche vicini, parenti, amici. Credo infatti che questa parte dell’equazione ponga problemi non da poco. Di fatto, un potere statale stabilisce che un matrimonio può essere ufficializzato sulla base di una situazione socialmente accettata e riconosciuta: due persone hanno convissuto per anni. Pensiamo a cosa potrebbe significare questo nell’era dei social network. È noto come ormai in molti apprendano di essere stati lasciati dal fidanzato o dalla fidanzata su Facebook, dove basta cambiare lo status per segnalare la propria disponibilità a nuove relazioni. Sappiamo anche che è possibile per il potere giudiziario condannare comportamenti illeciti che avvengono sulla rete (pensiamo al caso di quel giudice che ha condannato un uomo che diffamava, sempre su Facebook, la propria ex) e che capita sempre più spesso che la reputazione di una persona, che si compone di tutte le informazioni personali che lascia di sé in giro sui vari social network, venga usata da datori di lavoro, attuali o possibili, per determinare l’affidabilità di questa persona. In che modo la rispettabilità (concetto antico, legato indissolubilmente a concetti come fama, reputazione e onore) virtuale si trasferisce in un contesto reale? I social network, che rispondono a un bisogno radicato di comunità in gran parte spazzata via dall’industrializzazione e dalla modernità, stanno diventando sempre più il nostro villaggio globale, il luogo in cui ci “giochiamo la faccia”? Torniamo agli esempi legati a matrimonio e fidanzamento e alle implicazioni che questo potrebbe avere (e ha già, in parte) sulla vita reale: mettiamo che io mi fidanzi “segretamente”, a insaputa di parenti, amici e conoscenti e che riesca a tenere nascosta la convivenza ma che renda nota la relazione su Facebook o su Twitter, che tutti i miei amici e i follower miei e dell’altra persona siano a conoscenza della cosa e che questa vada avanti per anni. Mettiamo che un bel giorno abbia bisogno per qualche motivo di dimostrare l’esistenza del rapporto, per motivi patrimoniali, di assistenza, ecc. di fronte a un giudice. La pubblicità che la relazione ha avuto per anni, ma SOLO sulla rete (tenendo comunque conto che i messaggi sono una forma di registrazione), basterebbe a farne una relazione “vera”, con ripercussioni sulla mia vita reale?

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