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Sono un(a) ribelle, mamma

Ci risiamo. Un’altra edizione del Trieste Film Festival apre le porte (questa sera, ed è la 23a volta, mica noccioline) a una settimana di cinema pressoché invisibile nelle sale italiane: documentari, fiction, cortometraggi, animazione (quest’anno non li ho contati, ma credo che siamo sui soliti 120 circa); anteprime italiane, scoperte di esordienti e riscoperte di grandi autori; eventi collaterali, incontri con gli autori, presentazioni di novità editoriali, ecc. Il tutto proveniente dai paesi dell’Europa centro-orientale.

Ci saranno autori esordienti (non solo fra i giovani, ma anche il recentemente scomparso Havel) che promettono grandi cose, autori famosi (il Manchevski di Prima della pioggia, fra gli altri) e premi Oscar che a Trieste verranno a tenere una masterclass (come István Szabó).

Contro ogni previsione, ci sarà anche una coda di quella che altrove ho definito senza pentirmene “una delle cose più belle che mi sento di aver fatto nella mia vita… la scusa che ho trovato per coniugare la mia passione personale per la musica con quella per il cinema … una creatura strana, assolutamente indipendente e libera che il festival mi ha permesso di far crescere”. La presenza di Muri del suono/Walls of Sound, selezione dedicata ai film musicali prodotti nell’Europa centro-orientale, all’interno del festival di quest’anno è stata anche per me una sorpresa.

Dopo una partenza all’insegna dell’esperimento (come mostra il trailer della I edizione) e 3 anni di rock, punk, rap, techno, metal, industrial, gothic, di musical, cori partigiani, musica d’avanguardia, etnica e popolare, ma soprattutto di divertimento assoluto nel cercare titoli sempre nuovi e insoliti su personaggi, scene e fenomeni perlopiù sconosciuti in Italia, nel 2011 aveva deciso che Muri del suono aveva chiuso un ciclo, dando tutto quello che poteva dare al festival (non sto ad annoiarvi con il riassunto delle puntate precedenti, ma rimando a un bellissimo articolo di Beatrice Biggio di Fucine Mute, che ha riassunto come nemmeno io avrei saputo fare i primi 3 anni di lavoro).

Poi, però, non me la sono sentita e ho deciso di dare una “coda” alla sezione anche nel 2012. Immaginando le 3 edizioni passate di MDS come un unico CD, fatto di 29 film che hanno toccato 13 paesi centro-europei, potremmo dire che la selezione di quest’anno rappresenta le due “ghost track” dell’album. Avete presente? Quelle canzoni fantasma che arrivano non annunciate dopo alcuni minuti di silenzio, quando il disco sembra finito. Un piccolo regalo a chi ha seguito fin qui le mie folli esplorazioni nella musica e, quindi, nella storia e nella società di buona parte dell’Europa che un tempo stava dietro la Cortina di ferro. Forse, un arrivederci, in attesa che Muri del suono sappia reinventarsi e rinascere sotto nuove forme :)

Veniamo ai film. Due scelte che racchiudono in sé quello che è stato fin dall’inizio lo spirito della sezione: da una parte, lo sguardo divertito e ironico del cinema documentario su momenti curiosi della storia della musica o su personaggi curiosi ed emblematici; dall’altra, l’utilizzo della musica come strumento (e pretesto) per parlare di una società e dei suoi cambiamenti.

 

Per la prima volta, MDS presenterà un film italiano, una miracolosa eccezione al deserto dei film italiani a tematica musicale, realizzato da Luca Pastore, l’autore che ha dato al nostro cinema un altro documentario “musicale” veramente bello, I dischi del sole.

Il film che presenterà a Trieste venerdì 20, insieme al teppista “soffice” Roberto “Freak” Antoni (sono un po’ preoccupata, cosa gli dirò quando ce l’avrò davanti sul palco?), è FREAKBEAT, già Menzione speciale della giuria al 29° Torino Film Festival nella sezione ItalianaDoc. Un road movie emiliano alla ricerca del “Sacro Graal” del Grande Beat: nientemeno che il nastro perduto di una mitica session fra l’Equipe 84 e Jimi Hendrix! Freak Antoni, intellettuale eclettico, punk sui generis e vero figlio del beat, ci crede e si presta a diventare un Virgilio moderno, protagonista e voce narrante di questo viaggio di ricerca in cui trascina la “figlia” Margherita su un vecchio furgone Volkswagen alla ricerca della mitica reliquia sonora. Mi piacciono molto le parole che il produttore Pulsemedia, ha usato per spiegare il senso dell’operazione: “La ricerca del nastro è un pretesto per non arrendersi al cinismo e alla sterilità dell’Italia di oggi, per riaffermare il valore dell’utopia e dell’immaginazione.” Come avrebbero potuto non conquistarmi parole simili?

In questo viaggio, che si trasforma subito in tour psichedelico e demenziale, contrappuntato da una colonna sonora che raccoglie il meglio del beat italiano, Freak Antoni e Margherita incontrano personaggi storici del Grande Beat italiano (la mia preferita è la signora proprietaria del negozio di pellicce), in una sorta di caccia al tesoro dall’esito incerto, fino ad arrivare all’unico uomo che può davvero sapere qualcosa: l’imperscrutabile Maurizio Vandelli, che dopo una session con Freak rivelerà l’ultimo indizio.

La piovosa campagna emiliana è lo sfondo della ricerca, tra rosette alla mortadella, bocciofile e cascinali perduti nella nebbia e la scelta è pienamente azzeccata perché, come ha scritto Luciano Del Sette in un pezzo uscito qualche settimana fa su Alias, “il Beat italiano è nato lì. Nella bassa Emiliana. Seguendo un cammino eternamente sospeso, come cantava Francesco Guccini, tra la Via Emilia e il West. Nella Bassa Emiliana che continua a nutrirsi di nebbia; che sgrana paesi fatti di case allineate sui due lati dell’asfalto, qualche negozio, una trattoria tavoli in formica e tovaglie bianche, un campanile sulla piazza (se c’è), qualche metro di portici. Il Beat italiano è nato lì. E non è mai morto.”

Speriamo.

Il secondo titolo arriva dalla Serbia, paese già toccato da MDS, e che questa volta ci regala un documentario di altissimo livello. Uno di quelli che, se prodotto altrove (in America, magari) starebbe girando i festival di mezzo mondo. Di quanti dei film che ho selezionato in questi anni l’ho già detto o pensato? Di tanti, ahimé, ma la provincia rimane sempre la provincia. Anche nella musica, anche nel cinema.

Si tratta di BIJELO DUGME di Igor Stoimenov, con Goran Bregović e i Bijelo Dugme. I Bijelo Dugme (cioè bottone bianco) sono stati i Rolling Stones della ex Jugoslavia, ne hanno cambiato e definito la scena musicale, producendo quella che in molti chiamano addirittura “Dugmemania.” I loro concerti richiamavano centinaia di migliaia di fan, vendevano milioni di album e furono i primi a scandalizzare la nazione con storie di droga e sregolatezza. Il film segue la storia della band, dalla nascita ai cambi di formazione, passando per le tappe significative che ne hanno segnato la vicenda (come il primo concerto all’aperto della Jugoslavia, che ha attirato decine di migliaia di giovani da tutto il paese) fino all’epilogo dello scioglimento finale, con un Bregović che segue strade musicalmente diverse e più personali e un paese ormai in pieno sfacelo.

Il genere del documentario musicale è rispettato in tutti i suoi canoni: l’ascesa fulminea della band, la popolarità pari a quella di leader politici, l’adorazione dei fan, le storie di sesso e di droga, Bregović che racconta di come la cocaina lo aiutasse a scrivere ottime canzoni in tempi ridottissimi…

Usando rari materiali d’archivio della scena musicale jugoslava a partire dalla fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70 e per i 15 anni durante i quali la band ha fatto irruzione sulla scena e monopolizzato l’immaginazione popolare, il film racconta una storia epica fatta di sesso, droga, rock’n’roll e politica. Lo sviluppo cronologico del film rispecchia, infatti, passo passo la trasformazione vissuta dalla Jugoslavia, arrivando fino al 1989, anno in cui i Bjielo dugme si sciolgono e il paese modello del blocco orientale si affaccia sull’orlo dello sfacelo.

La ricchezza del film, che alterna interviste a materiale d’archivio di grande impatto e interesse storico, sta proprio in questo, che il regista “legge” in un certo senso l’evoluzione politica e sociale del paese visto attraverso lo specchio dell’evoluzione della band. Ammettendo di non essere personalmente un grande fan dei Bijelo Dugme, ha dichiarato infatti a più riprese di aver voluto realizzare, più che un documentario musicale, un ritratto dell’evoluzione e della caduta della Jugoslavia. La band è certo l’anima del film, per l’influenza che ha avuto (soprattutto sulle generazioni più giovani) e per il modo in cui ha incarnato lo spirito giovane jugoslavo, ma alla fine diventa un pretesto per parlare di un paese e della sua storia attraverso i suoi simboli pop.

FreakBeat e Bijelo dugme verranno presentati al pubblico venerdì 20 gennaio, dalle ore 22.30 al Teatro Miela di Trieste (tutte le info sul sito del festival: www.triestefilmfestival.it)

Con me, a introdurli, gli autori Luca Pastore e Igor Stoimenov e Roberto Freak Antoni.

 

Tutti i film di MURI DEL SUONO:

 

Muri del suono 1: Sound(e)scapes of possibilities

THE BOOT FACTORY di Lech Kowalski (Polonia, Francia/Usa, 2000)

CASTLE PARTY 2006 di Arthur Schmidt (Polonia, 2006)

DIVIDED STATES OF AMERICA – LAIBACH 2004 TOUR di Sašo Podgoršek (Slovenia, 2005)

FULL METAL VILLAGE di Sung-Hyung Cho (Germania, 2006)

GLASBA JE ČA SOVNA UMETNOST, LP FILM PANKRTI-DOLGCAJT di Igor Zupe (Slovenia, 2006)

HEAVY METAL AUF DEM LANDE di Andreas Geiger (Germania, 2006)

HERE WE COME di Nico Raschick (Germania, 2006)

LOPOTT RITMUS (HIPI-HOPI) di Martin Szecsanov (Ungheria, 2007)

MUZYCZNA PARTYZANTKA di Mirosław Dembiński (Polonia, 2007)

ULICA GRAFITA di Sergej Kreso (Croazia – Bosnia Erzegovina, 2007)

WE CALL IT TECHNO! di Maren Sextro, Holger Wick (Germania, 2008)

 

Muri del suono 2: Grandi speranze

ČESKÁ RAPUBLIKA di Pavel Abrahám (Repubblica Ceca, 2008)

EISENWURZEN (DAS MUSICAL) di Eva Eckert (Austria, 2008)

HOW THE BEATLES ROCKED THE KREMLIN di Leslie Woodhead (UK/Russia, 2009)

KOMEDA – MUZYCZNE ŚCIEŻKI ŻYCIA di Claudia Buthenhoff-Duffy (Polonia/Germania, 2009)

KREUZBERG 36 di Angeliki Aristomenopoulou (Grecia, 2008)

SOLO di Maciej Pisarek (Polonia, 2008)

STILJAGI di Valerij Todorovskij (Russia, 2008)

T 4 TROUBLE AND THE SELF ADMIRATION SOCIETY di Dimitris Athiridis (Grecia, 2009)

VIVA CONSTANȚA! di Emese Ambrus (Romania/Ungheria, 2007)

 

Muri del suono 3: A Better Tomorrow

ES WIRD EINMAL GEWESEN SEIN di Anca Miruna Lazarescu (Germania, 2009)

MICA I OKOLNE PRIČE di Milan Nikodijević (Serbia, 2010)

MUZICA ÎN SÂNGE di Alexandru Mavrodineanu (Romania, 2010)

PESEM UPORA di Andraž Pöschl (Slovenia, 2009)

THE SHUKAR COLLECTIVE PROJECT di Matei Alexandru Mocanu (Romania, 2010)

V I N Y L (TALES FROM THE VIENNA UNDERGROUND) di A.C. Standen -Raz (Austria/UK, 2010)

ZEW WOLNOŚCI di Wojciech Słota, Leszek Gnoiński (Polonia, 2010)

ZVEZDA JE ROÐENA di Vanja Kovačević (Serbia, 2009)

WSZYSTKO, CO KOCHAM (All That I Love) di Jacek Borcuch (Polonia, 2009)

 

Muri del suono 4: ghost tracks

BIJELO DUGME di Igor Stoimenov (Serbia, 2010)

FREAKBEAT di Luca Pastore (Italia, 2011)

 

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