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Twitter, Storify e le nuove narrazioni: una chiacchierata con jumpinshark

Come si fa a raccontare storie in forme nuove e con nuovi linguaggi? Tema che credo stia a cuore a quelli fra noi che trascorrono molto tempo online e si chiedono come le nuove tecnologie stiano cambiando, oltre al nostro modo di vivere, anche il nostro modo di comunicare e narrare.
Gli approfondimenti non sono mai troppi, per cui ben vengano occasioni come quella promossa da 404: file not found, “rivista online di indagine, analisi, inchiesta, una comunità di under 30 che si è formata dando continuità ad esperienze di instant journalism createsi all’interno del movimento dell’Onda del 2008, all’Università di Siena”.

Si tratta di “Costruire storie: nuovi linguaggi e nuove pratiche di narrazione”, un ciclo di incontri che si tiene a Siena fino all’8 giugno, presso l’Aula Magna della Facoltà di Lettere e filosofia, per riflettere insieme, dentro e fuori la rete, sui nuovi strumenti di narrazione, sul loro utilizzo e su ciò che ne può nascere.

Fra oggi e domani ci saranno il secondo e il terzo appuntamento. Oggi tocca a Vanni Santoni, Gregorio Magini ed eFFe; domani a jumpinshark e Flavio Pintarelli.
Mi interessa particolarmente quest’ultimo appuntamento, dal titolo “Nuovi linguaggi #2: twitter e lo storify”, realizzato in collaborazione con Lavoro culturale e pensato per discutere di Twitter, Storify e nuove pratiche di narrazione online.

L’iniziativa è molto interessante, per cui decido di chiedere via Twitter a @jumpinshark (presenza consolidata e misurata su Twitter, un blog interessantissimo e un lavoro pionieristico su Storify che tiene testa degnamente al miglior giornalismo tradizionale) se ha tempo e voglia di fare una chiacchierata sul tema dell’incontro. La risposta arriva subito e ci mettiamo d’accordo. Dopo diversi tentativi con Skype (dovuti ai miei limiti di connessione) riesco a raggiungerlo e quello che ne nasce è una chiacchierata molto lunga, piacevole e interessante. Cerco di restituirvene i passaggi che ho trovato più stimolanti. Come sempre, il problema sta nello scegliere cosa tagliare…

Io: Parto subito col chiederti, visto che ci stanno entrambi nel titolo dell’incontro, se c’è una differenza nel modo in cui stai su Twitter e Storify. Cambia, per esempio, il rapporto con la “diretta” degli eventi?
@jumpinshark: Su Twitter dipende dalle occasioni. Se fra le cose che stanno accadendo e che intercetto ne trovo alcune che ritengo interessanti le segnalo, per quello che posso, ma non mi prefiggo alcun compito, anche perché credo ci siano altri già bravi nel seguire nel tempo un argomento, informando e allo stesso tempo approfondendo, come fa per esempio Marina Petrillo (@alaskaRP). Come con ogni strumento, dipende sempre cosa vuoi farne.
Io: Questo mi pare ci porti subito al tema contenuto nel post, ripreso da 404, di @tigella delle competenze del curatore. Io forse parlerei di metodo, che ne pensi?
@jumpinshark: Per me quello che diventa sempre più importante è il livello di affidabilità che uno ha. Restando a Twitter, ho scelto di essere poco presente e di limitarmi a risposte e link, perché cerco sempre di tener conto delle grandissime possibilità che sono però anche costrizioni del mezzo. Non che le discussioni su Twitter non siano possibili in assoluto, ma 140 caratteri (meno il nome della persona a cui ti rivolgi) diventano difficilissimi da gestire. Poi, oltretutto, data la brevità del linguaggio imposta dal mezzo, tendi a dare ai messaggi una forma piuttosto definita, tanto da farli sembrare “appuntiti”, per cui il processo parte da un’idea che avevi in testa in un modo, che hai dovuto comprimere e “appuntire”, arriva all’altro che vede solo questa punta e ti risponde. È un processo che si autoalimenta. Accade così che tu parti in maniera civile e dopo 5 tweet sei alla rissa.
Io: Un po’ come se il tuo scambio fosse un iceberg, tu scambi quello che emerge, la punta, ma la grande massa che c’è sotto il livello dell’acqua sta solo nella tua testa e lo stesso vale per l’altra persona. Difficile comunicare tutto questo sommerso, che è poi fatto della nostra mentalità, del nostro sistema di valori, ecc.
@jumpinshark: Non parliamo poi delle discussioni multiutente, che sono molto complicate. Comprendo piuttosto di più quel gioco sociale che è rappresentato dai commenti collettivi, che so, a un programma televisivo. Se intervieni su un hashtag, su programmi come quelli di Fiorello, Guzzanti o Saviano, e dici la tua va bene perché hai già contestualizzato che stai commentando la trasmissione e vai a ruota libera, un po’ come se facessi delle chiacchiere con gli amici.
Io: In quel caso, la cornice è chiara.
@jumpinshark: Esatto, sono chiare anche le convenzioni, se vogliamo chiamarle così, e va benissimo. È un gioco cui non partecipo, ma non lo trovo fastidioso, a differenza di altri. Non è detto che tutto quello che twittiamo debba interessare a tutti.
Io: E Storify?
@jumpinshark: Passando a Storify, devo dire che non mi piacciono per nulla quelli che si limitano a raccogliere scambi di tweet. Quando li faccio io, mi sforzo di seguire un andamento narrativo, da racconto critico, che è quello che mi interessa. Fra tutti gli storify che ho creato, i due probabilmente più importanti sono quello sul femminicidio e quello su Macao e Quinto Stato. Il primo era proprio uno storify “di servizio”, scritto prendendo il materiale dal blog Bollettino di guerra e da Google News, risalendo da lì ad altre fonti, cercando di dare tutti i dati e di fare una minima analisi di come sono trattate le cose sui media. Ogni tanto lo aggiorno, compatibilmente con i miei impegni. È veramente un lavoro di servizio, a disposizione di chiunque sia interessato ai singoli casi o al trattamento riservato ad essi di media. Lì, l’intento è che sia cronologico e chiaro e immediatamente utilizzabile. In altre occasioni, sei costretto a muoverti in maniera un po’ diversa, specie quando fai uno storify dal vivo. Ti puoi far aiutare da applicazioni come ifft (IfThisThenThat) ma resta il fatto che per usarle occorre avere una discreta dimestichezza tecnica che non tutti hanno.
Io: Com’è andata il 5 maggio con Macao e Quinto Stato?
@jumpinshark: È successo che pensavo ci fosse “solo” l’assemblea di Roma di Quinto Stato, continuavo a sentir parlare su Twitter di questo Macao di cui non non sapevo nulla e durante la mattinata ho capito che stava succedendo quest’altra cosa. Mi sono così ritrovato non all’interno di un flusso solo, ma di due e ho provato a vedere come si componevano. Ho fatto un’operazione “arbitraria” di montaggio alternato, di dosaggio delle fonti, di posizionamento delle immagini (dove Dario Fo, dove il grattacielo occupato) e mentre le cose si svolgevano l’operazione ha cambiato forma e senso. Alla fine, mi pare che il dialogo fra questi due spaccati abbia dato una bella immagine di un’Italia che ha provato a prendere sul serio delle questioni fino al giorno prima ignorate. Mi spostavo continuamente fra Twitter per dare, ad esempio, la notizia del comunicato stampa di Macao e Storify, dove aggiungevo i video (per non parlare dei giri per avere il testo del comunicato, questa volta via chat su FB). A posteriori, ho solo aggiunto, rispetto alla versione fatta dal vivo, i due video che andavano a sostituire le dirette streaming non più disponibili. Quella mattina lì stavo a 500 km da un evento, a 500 km dall’altro e sembrava che fossi in entrambi i luoghi, perché semplicemente “montavo” questi flussi in entrata che stavo riuscendo a interpretare, credo, in maniera efficace.
Io: Quindi è necessaria anche una capacità di decisione molto veloce.
@jumpinshark: Certo e poi serve un’organizzazione tecnica, anche solo per gestire i tweet. Devi sapere come includere, come trovare le fonti e indicare da dove hai preso le foto, ma anche avere l’occhio per capire quello che vale la pena ritrasmettere. C’è in ogni caso una forte componente di decisione del curatore. Non è una decisione da poco quella su cosa sta dentro e cosa sta fuori il racconto e sul come ci sta. Ne sono ben consapevole e sono chiaro su questo, ma resta il fatto che prendo delle decisioni. Mi pongo il problema se sto facendo un lavoro onesto e se la risposta che mi do è positiva, proseguo, ma se ci sono delle linee di discussione che mi sembrano improduttive non le inserisco o, se lo faccio, le presento in un certo modo. Comunque, non c’è più nulla di più arbitrario del lavoro di montaggio: se crediamo di essere dei semplici compilatori, assemblatori di progetti di cui mettiamo insieme le parti abbiamo capito male. Con gli stessi tweet posso fare due storie completamente diverse e aggiungendo un singolo tweet posso cambiare il senso di tutto. Però attenzione, che il mito della non obiettività può essere tanto vano quanto quello dell’obiettività, perché si può arrivare a dire “tutto è sguardo partecipato, quindi non esiste nulla di più vero del resto”, scivolando così in un postmodernismo tra molte virgolette e debolissimo. Molte volte, anche la semplice illusione che si possa chiudere uno Storify (laddove ogni chiusura è invece una delle chiusure possibili al materiale che stai trattando) fa sembrare la storia il rifletto esatto di ciò che è avvenuto e produce un effetto legittimante. Una volta letto lo Storify chi va più a controllare i tweet originali?
Io: E quindi perdi il contesto di partenza.
@jumpinshark: Perdi contesto, perdi tutto e la cosa più masochistica che puoi fare è tentare di scrivere uno storify con materiale vecchio di tre mesi. Dubito proprio che tu riesca addirittura a reperirlo, sappiamo come funziona per esempio il motore di ricerca interno di Twitter. D’altronde, è nell’interesse di Twitter avere un flusso che scorre e che non consente di tornare indietro.
Io: Perché questo alimenta nuove conversazioni.
@jumpinshark: Anche, ma poi perché semplicemente Twitter non è pensato (e lo dimostra l’impossibilità di fare dei back-up nativi, dentro l’applicazione) per un uso storico che vada oltre la cronaca del momento. Gli unici tweet che rimangono sono quelli più memorabili, quello sulla morte di Bin Laden o quello di un VIP. Lo storify quindi, che attinge a queste fonti, deve essere fatto necessariamente in tempo reale. Come processo di lavoro puoi solo scegliere di costruirlo in diretta, anche se questo non significa che tu vada subito a pubblicarlo. La raccolta è una cosa, riuscire a dare una forma al volo è un’altra. Certo, in alcune situazioni, devi farlo comunque, come nel caso delle giornate #notav, perché altrimenti si perde il senso dell’operazione. Per cui lo fai, cercando di ricordarti che l’essenziale è che la tua posizione sia nota(come onestamente hanno fatto @uomoinpolvere ed @El_Pinta). Si tratta comunque di un’opera di documentazione che parte dal basso e che dimostra la propria utilità. Se ne ha evidenza, per esempio, quando i media mainstream ne riprendono alcuni frammenti. Quante volte ci capita di captare prima dei media tradizionali notizie di eventi che stanno accadendo? Il mio storify su Macao e il Quinto Stato è uscito quando sui giornali online non c’era ancora niente, solo un articolo su L’isola dei cassintegrati.
Io: Nel tuo post ripreso da 404, tu scrivi che il lavoro del curatore consiste nel prendere frammenti di provenienza diversa e organizzarli in una forma racconto. In questo senso, il curatore è a tutti gli effetti un narratore.
@jumpinshark: Personalmente, sono per la formula del racconto critico. Tutto quello che faccio, alla fine, può essere considerato sotto questa luce e lo si vede anche dai miei storify, da come cerco sempre di chiudere le storie. Oppure, quando le lascio in sospeso è chiaro che sto dicendo qualcosa del tipo “la storia continua fuori da qui”, ma questo nasce dalla mia convinzione che su Storify dev’esserci un’operazione di composizione dei frammenti in un racconto. Possiamo girarci attorno quanto vogliamo, ma anche l’esposizione dei materiali in senso cronologica nasce da una decisione critica. Quando poi hai storify belli corposi è ovvio che stai narrando una storia. Pensiamo per esempio al lunghissimo storify di Andy Carvin su Amina, la blogger siriana che si è poi rivelata essere un signore americano: quella altro non è che una storia di detection, una narrazione di crime perfettamente riuscita.
Io: Ma quindi, secondo te, potremmo dire che la curatela su piattaforme come Storify è in alcuni casi una specie di genere letterario? È esagerato?
@jumpinshark: No, nello stesso post che citavi prima l’ho buttata lì come boutade, ma che tu possa rifare Parigi capitale del XX secolo di Benjamin con Storify per me è vero. Un dato recente di cui tener conto è secondo me il cambiamento che sta investendo la forma del post sul web. Se guardi per esempio quelli pubblicati dall’«Huffington Post», vedi che in generale sono sempre più composti da materiali multimediali, foto, immagini, commenti, aggiornamenti e Storify può aiutare in un lavoro del genere, data la semplicità con cui ti consente di aggiungere materiale di provenienza diversa. L’articolo chiuso, soprattutto di cronaca, scritto il giorno dopo non esiste ormai più. Bisogna rendersi conto che ormai il processo prevede che prima si pubblichi e poi si continui ad aggiornare, che c’è un’esplosione di materiali enorme che vanno vagliati e un articolo può essere corredato da tanti elementi diversi. I link all’interno di un articolo sono ormai imprescindibili, come le note bibliografiche in un paper di ricerca. Storify consente nuove forme di giornalismo, e quindi un genere letterario, che sono perfettamente in  linea con l’evoluzione che la storia giornalistica sta avendo grazie al web. Ai fini, invece, di composizione letteraria per racconti multimediali è tutto un altro discorso, che ha forse meno a che vedere con la natura dello strumento e più con un progetto di scrittura che deve nascere altrove.
Io: Qualche giorno fa ascoltavo Evan Sharp, co-fondatore di Pinterest, in diretta dal Digital Economy Forum di Venezia e lui a un certo punto ha detto che ormai “siamo tutti curatori”. Che ne pensi? Prima, citavi il postmoderno: se le storie diventano infinite possibilità di racconto non c’è il rischio di deriva verso una narrazione digitale in cui ciò che resta sono sole le interpretazioni?
@jumpinshark: Pinterest è un fenomeno interessante perché conferma che è sempre difficile prevedere cosa sia destinato ad avere successo e a scomparire nel mondo dei SN. Mi pare comunque che i singoli pezzi non si compongono in un racconto, che non abbia tanto a che vedere con storie da raccontare quanto con collezioni di belle cose. In questo senso, si presta forse meglio  a utilizzi di marketing. Rimane molto diverso da un SN di informazione come Twitter, da un SN di relazioni personali come Facebook, da uno strumento che comunque è di secondo livello come Storify.
Io: Secondo te, quale potrebbe essere il futuro di Storify, potrebbe essere per esempio oggetto di un’acquisizione in tempi brevi?
@jumpinshark: Se volesse, credo non avrebbe alcun problema a trovare compratori, anche perché rispetto alla concorrenza consente di fare le cose in maniera più pulita ed efficace, senza contare il fatto che ciò che consente di fare Storify risponde a un preciso bisogno che è quello di dare una forma a ciò che accade sui social. Pensiamo poi alle potenzialità dello strumento che rimangono tuttora poco esplorate, come la sua integrazione all’interno delle redazioni giornalistiche, vista anche la tendenza chiara dell’applicazione web Storify a trasformarsi in un blogging tool (tralascio qui alcuni punti tecnici non da poco). In definitiva, credo che Storify abbia un futuro molto roseo perché ci sarà sempre più richiesta di strumenti in grado di organizzare materiali che provengono da fonti diverse in modo omogeneo.

Si è fatto tardi senza che ce ne accorgessimo. A me non resta che ringraziare @jumpinshark per l’infinita disponibilità e la simpatia (peccato non potervi far sentire le sue belle risate), augurargli la buona notte e invitare tutti voi che vi trovate dalle parti di Siena domani ad andare a sentirlo “dal vivo” :)

  3 comments

  1. Alessandro   •  

    Post interessantissimo, Giovanna. Sarei curioso di leggere dei punti tecnici che hai tralasciato riguardo alla possibilità che ha Storify di evolvere in un blogging tool…e comunque intervista davvero succulenta, complimenti!

    • giovanna tinunin   •  

      grazie @Alessandro scusa se rispondo solo ora, mi era proprio sfuggito il tuo commento! Anch’io trovo Storify molto interessante, anche se lo uso pochino e trovo che il suo aspetto più interessante sia proprio quello sottolineato da @jumpinshark ovvero la possibilità (ma anche lo sforzo di selezione che richiede) di curare contenuti quasi in tempo reale, aggregando e incorniciando narrazioni provenienti da fonti diverse :)

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