Una conferenza stampa vista da lontano

Come ogni anno, me la sono persa. Dopo mesi di lavoro, tribolazioni, sangue e lacrime, viene presentata al pubblico la nuova edizione del festival di cinema con cui lavoro da 8 anni. E io, che curo pure una sezione, non ci sono. Mi trovo invece in tipografia, dove stiamo correggendo con l’amica Tiziana le bozze del catalogo della manifestazione. Perché si sa, nei festival piccoli bisogna adattarsi a fare più cose e rimboccarsi le maniche, come ti senti dire da quegli assessori che ti tagliano i fondi con la scusa che con la cultura non si mangia. Io per mangiare ci mangio, pago pure le bollette e il mutuo, ma si vede che sono un’eccezione. Sto uscendo dal seminato, scusate. La conferenza stampa, dicevo. Mentre noi cerchiamo di capire con l’impaginatore come impostare graficamente una scheda, togliamo virgole e cambiamo parole, dall’altra parte della città si sta presentando la ventiduesima edizione del Trieste Film Festival.

So che anche questo non c’entra, ma quando penso che il festival ha la stessa direttrice da quanto è nato, Annamaria, e che nell’edizione zero correva l’anno 1989 non riesco a non ricordarmi che io in quell’anno facevo le superiori. È consolante pensare che, mentre io studiavo, sognavo, mi innamoravo, ecc., in una città lontana qualcuno si inventava una cosa che vent’anni dopo mi dà da vivere. È un po’ come starsene a non fare nulla mentre qualcun altro lavora per te. Non c’entra, lo so, ma volevo dirlo.

Bene, dicevamo del festival. Di lui potremmo dire tante cose: principale vetrina festivaliera italiana sul cinema dell’Europa centro-orientale; un contenitore di 130 titoli (o giù di lì) fra lungometraggi documentari, di fiction, cortometraggi; una settimana di cinema davvero difficile da vedere nelle sale italiane; anteprime italiane, scoperte di esordienti e riscoperte di grandi autori; l’unico concorso italiano di documentari interamente dedicato a quest’area geografica, eventi collaterali, mostre, incontri, concerti, ecc. Per me, però, il festival è sempre stato e sempre rimarrà anche altro: un’occasione che è arrivata nella mia vita quando davvero non me lo aspettavo; una rispettabilità di manifestazione conquistata a suon di scelte e conservata con le unghie e con i denti; migliaia di persone che affollano le sale; incontri con persone interessanti; un gruppo di lavoro che, pur nelle sue umanissime incomprensioni, riesce a resistere alle sferzate dei gusti altalenanti della politica, alla crisi economica, al richiamo di guadagni più facili; la passione, la voglia di fare, le ore piccole, la visione di un film che ti sorprende, la finestra aperti su altri mondi, così lontani eppure – almeno per una settimana – così vicini. Più di tutto, però, il festival è per me una delle cose più belle che mi sento di aver fatto nella mia vita. Bella per me, si capisce. E questa cosa è Muri del suono – Walls of Sound, rassegna dedicata ai film musicali di area europea centro-orientale. In altre parole, la scusa che ho trovato per coniugare la mia passione personale per la musica con quella per il cinema. Quest’anno siamo arrivati alla terza edizione, con cui si chiude un ciclo, la prima fase di vita di questa creatura strana, assolutamente indipendente e libera che il festival mi ha permesso di far crescere.
Torniamo all’inizio. Venerdì scorso, il festival è stato presentato in tutta la sua interezza e complessità a stampa e pubblico. Ovviamente, anche Muri del suono ha fatto così la sua uscita “pubblica”, ma io non c’ero, ero in tipografia, come sempre. Forse è stato meglio così, non è che la formula della conferenza stampa mi diverta poi tanto, non mi ci trovo granché a mio agio. Qui sulla rete, sì che mi ci ritrovo, per cui ho deciso che la mia presentazione di Muri del suono la faccio qui. Per cui, se volete, buona lettura 😉
(in origine, il pezzo che segue era stato scritto appositamente per l’oscilloscopio. Poi, l’ufficio stampa l’ha trovato utile per la cartella stampa e ne abbiamo steso una versione più breve e “ufficiale”. L’originale, però, è questo) 

Rock, punk, techno, ma anche cori partigiani, musica etnica e popolare, sperimentale e una puntata (che racchiude il senso della selezione) nella musica d’avanguardia saranno quest’anno gli ingredienti della terza puntata del viaggio musicale di “Muri del suono”.
Un viaggio che parte dalla Polonia con ZEW WOLNOŚCI – Beats of Freedom di Wojciech Słota e Leszek Gnoiński, documentario che racconta il rock polacco dagli anni ’50 fino alla caduta del comunismo attraverso una quantità impressionante di rari materiali d’archivio sui principali gruppi della scena, commentati dal giornalista musicale inglese, ma di origini polacche, Chris Salewicz. Un documento eccezionale che mostra il ruolo del rock nella creazione ed evoluzione dei movimenti di ribellione giovanili dietro la Cortina di ferro (consigliato a chi, della scorsa edizione, ha avuto modo di vedere How the Beatles Rocked the Kremlin). Partendo dai Rolling Stones in trasferta polacca in piena era Brian Jones, vediamo scorrere le immagini di tutti i grandi musicisti che hanno fatto la storia della musica polacca. Passando dal cantautorato di Czeslaw Niemen, al rock fragoroso di Perfect e TSA, dalla new wave dei Brygada Kryzys ai rarefatti Maanam fino ad arrivare agli abrasivi e teatrali Republika, si scopre come anche un festival giovanile o un breve loop di batteria passato alla radio fossero un modo per conquistare qualche pezzetto di libertà.
Un programma è dedicato interamente alla Romania, un paese che ultimamente mi è molto vicino e di cui verranno presentati MUZICA ÎN SÂNGE (La musica nel sangue) di Alexandru Mavrodineanu, storia di un bambino vittima di un ingranaggio che lo vuole star a tutti i costi, e THE SHUKAR COLLECTIVE PROJECT, di Matei-Alexandru Mocanu, un viaggio in un esperimento musicale e umano che ha visto uniti cucchiai e deck, il meglio della scena techno rumena e la musica tradizionale degli ursari, gli zingari ammaestratori di orsi.
Dalla Serbia due storie di realizzazione personale, una attuale che mi piace moltissimo e una che affonda le radici nella ex Jugoslavia: ZVEZDA JE ROÐENA (È nata una stella) di Vanja Kovacević è la storia di una cover band dei Decemberists la cui batterista (che è anche la regista e che, confesso, non vedo l’ora di conoscere) ha solo pochi mesi a disposizione per imparare a suonare lo strumento prima di salire su un palco e accetta con coraggio la sfida, e MICA I OKOLNE PRIČE (Mica e le storie su di lei) di Milan Nikodijević, sulla mitica cantante Milica Ostojic aka Mica Trofrtaljka o Mica Davorika, divenuta popolare nella Jugoslavia degli anni ’70 per le sue canzoni dai testi controversi e ora tranquilla signora si mezz’età che si racconta con ironia alla macchina da presa.
A cavallo fra Slovenia e Italia è invece ambientato PESEM UPORA (Canzoni della resistenza) di Andraž Pöschl, che ci mostrerà come i valori che ispirarono i cori partigiani della Seconda guerra mondiale siano vivi ancora oggi, anche fra le nuove generazioni.
Non vedo l’ora di fare una vera e propria immersione nella contemporaneità più sperimentale di V I N Y L – Tales from the Vienna Underground (dell’inglese A. C. Standen-Raz), viaggio in una capitale austriaca lontana anni luce dallo stereotipo di una città dalla tradizione classica e, a volte, fin troppo conservatrice ed esplorazione dell’incredibile panorama dell’underground viennese. Per chiudere, un salto nel futuro con ES WIRD EINMAL GEWESEN SEIN di Anca Miruna Lazarescu, per cui a doverlo proprio ammettere ho un debole. L’autrice ci invita tutti nella chiesa tedesca sconsacrata del documentario, al cui interno risuona una composizione di John Cage. Non serve affrettarsi, tanto risuonerà fino al 2640… Una riflessione sulla percezione umana del tempo, ma anche sulla condizione umana in generale, sull’essenza della musica e sul cinema. Perché, come dice una delle promotrici, “Noi non possediamo il tempo, siamo il tempo, ogni momento”.
A completare la rassegna, anche quest’anno un evento speciale di fiction: WSZYSTKO CO KOCHAM – All That I Love, di Jacek Borcuch, storia di punk, amore e crescita ambientata nella Polonia di Solidarnosc, in un film presentato al Sundance e candidato polacco agli Oscar come Miglior film straniero. Un film che amo molto (posso sbilanciarmi, la mia sezione non è competitiva, per cui…) perché parla di tante prime volte: la prima bevuta, la prima delusione, la prima ribellione, il primo amore… del periodo carico di speranze e di sogni.
9 film, due dei quali in una speciale collocazione notturna, per chi anche al cinema ama fare le ore piccole. 9 film su quello che significa fare musica, ieri oggi e domani.
Cari amici dell’oscilloscopio, se passate da Trieste venitemi a trovare, che ci guardiamo (e ascoltiamo) un film insieme 😉

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